

foto tratte dal volume Dieter Mertens, Selinus I. Die Stadt und ihre Mauern. Roma 2003
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Il Parco archeologico di Selinunte
Conoscere, analizzare, pensare, progettare, produrre cultura a Selinunte
di Sebastiano Tusa
La comprensione di un sito archeologico di qualunque genere esso sia ed in qualunque parte del mondo si trovi dipende da come esso si “mostra” o è “mostrato” dagli uomini che di esso si curano. È indubbio che i grandi tell sotto le cui coltri di sabbia si celano le grandi metropoli della civiltà mesopotamica ci attraggono e si elevano nel nostro immaginario come mete lontane di un mondo scomparso nel quale la natura ha violentemente metabolizzato tutto con le sue tempeste e le sue erosioni. Così come i castra romani tra l’Inghilterra e la Scozia ci evocano le austere atmosfere “country” dove l’epopea dell’impero si mischia inevitabilmente, nel nostro immaginario, con la rigida ritualità celtica del megalitismo delle selve e dei paesaggi diafani delle torbiere.
Ogni sito ci evoca delle immagini e delle fantasie prodotte da ciò che le rovine stesse emanano in rapporto all’ambiente circostante e, soprattutto, alla nostra capacità di assorbire e metabolizzare tutto ciò. Se ne deduce che il “modo” con cui il sito si tratta può diventare aiuto e rafforzamento alla maieutica con la quale ognuno di noi si costruisce il proprio percorso percettivo, ma può anche diventare disastroso e deleterio diaframma che ci impedisce di acquisire sensazioni e di “percepire” il sito.
È evidente che quanto più grande e “forte” è il sito quanto più difficile sarà per l’uomo distruggerne il carattere e l’interna dinamica di trasmissione di impulsi percettivi. È il caso di Selinunte, grande metropoli della grecità siceliota e del Mediterraneo che né il tempo, né la cattiva sensibilità degli uomini sono riusciti ad annullare. Ancora oggi, malgrado l’assedio cui il grande parco archeologico che ne consegna i resti ed i messaggi ai visitatori, ha subito da ogni tipo di armata cementizia, i ruderi dell’antica città ci “parlano” ed anche a chi, come me, non può contare le ore, i giorni, i mesi e gli anni trascorsi tra le sue pietre, ogni nuova visita ingenera sensazioni di forte carica energetica spirituale.
Tuttavia proprio Selinunte merita attenzione particolare poiché la sua “forza” potrebbe cedere ancora una volta dopo i tragici giorni dell’assedio cartaginese che ne determinarono la fine da viva. Oggi un cedimento a nuove ipotesi speculative o errate scelte nella gestione delle strutture di visita interne ed esterne potrebbero determinarne la fine anche da “morta”. Potrebbero trasfigurarne il volto e l’essenza facendola assurgere a fenomeno da baraccone ricoprendola di “servizi” ed “aiuti alla visita” in nome di un concetto di valorizzazione che spesso diventa trasfigurazione.
Conseguenza di questo discorso forse un po’ nichilista sarebbe l’inibizione di ogni intervento e la difesa ad oltranza dello status quo. Ma ciò non è possibile poiché contrasta con il concetto di libertà del quale andiamo fieri e gelosi che ci induce a circolare liberamente nel nostro pianeta e godere tutti indistintamente di quello che esso ci offre. Se ieri questo godimento era di pochi, oggi è di molti e domani lo sarà ancora di più e non lo potremo evitare in nome di un aristocratico concetto di tutela che invocherebbe i posteri come destinatari di un bene adesso godibile.
Selinunte è un tipico esempio del dilemma che assale chi, come il sottoscritto, se la ricorda libera dal turismo di massa e percorsa soltanto da pochi appassionati viaggiatori e non turisti. Oggi è diventata una grande meta del turismo e lo sarà ancora di più in futuro. Questo è il dato che dobbiamo tener presente e con questo dobbiamo fare i conti cercando di progettare interventi che da un lato permettano alla gente di “vedere” e “godere”, ma dall’altro che mantengano intatto il “sapore” di questo sito di incomparabile bellezza dove natura e uomo si sono fusi attraverso un percorso rigenetico che dura ormai da più di duemila anni. Dobbiamo, pertanto, aver presente che intervenire a Selinunte significa trattare con la delicatezza di un microchirurgo un equilibrio costruitosi per millenni e che continua a svilupparsi e che noi dobbiamo soltanto ammirare senza alterare.
Ciò non vuol dire astenersi del tutto da ogni tipo di “intrusione costruttiva”, ma significa realizzare opere che, nel solco di un rapporto uomo-territorio di altissimo livello, non ne abbassino la qualità. In altre parole questo è un luogo dove le realizzazioni dell’uomo di duemila anni fa furono sempre caratterizzate da alti livelli tecnologici, ottici, armonici ed estetici. Da questi canoni non dobbiamo derogare.
Selinunte deve ispirare, pertanto, opere di alta valenza qualitativa nel solco di una tradizione che, in altri campi della cultura, si intraprese con successo negli anni ’60 e ’70 del secolo appena finito.
Vi sono nella vita di ogni essere umano alcuni ricordi che rimangono nel tempo e che con il tempo diventano parte costitutiva di una personale visione del mondo, quasi un passaggio obbligato di una propria “letteratura”.
Tale è per me il ricordo di quegli anni ricchi di fervidi ardori intellettuali giovanili irrigati con letture storico-filosofiche che facevano intravedere paradisi sociali che l’età e la disillusione della storia hanno, purtroppo, successivamente cancellato o, comunque, ridimensionato. In quel clima ed in quella temperie formativa importantissima per un quasi uomo ed un non più adolescente come me Selinunte giocò un ruolo fondamentale. Quanto ingurgitavo avidamente dai libri riviveva nelle assolate estati selinuntine trascorse tra la totale immersione nel mare vissuto in una prospettiva globalizzante mistico-scientifica e la frequentazione di personaggi epici per il mio immaginario. Erano gli anni ’60 e ’70 in cui Selinunte, grazie alla lungimirante visione dell’archeologia come cultura nella cultura dall’allora soprintendente-padre - Vincenzo Tusa - divenne meta di grandi intellettuali europei e non che, attratti dal messaggio indelebile ed imperituro della “classicità”, si “rifornivano” di cultura, ma anche metabolizzavano cultura animando indelebili ed esaltanti cenacoli. All’ombra dei templi, o passeggiando per i sentieri assolati, o sdraiati sulle sabbie in riva al mare era un susseguirsi di incontri ad altissimo tasso di interesse culturale. Fu in quei fervidi anni che Selinunte divenne una sorta di scuola di alto pensiero dove intellettualità da tutto il mondo afferente a molteplici campi della cultura si incontrarono-scontrarono lasciando una traccia indelebile non soltanto in me giovane apprendista, ma anche nella cultura isolana, nazionale ed internazionale.
Fervidi anni durante i quali personaggi come Rognoni, Adorno, Kereny, Berio, Einaudi e Brandi, solo per citarne i pochi che emergono nella memoria, mi infusero preziosi germi che contribuirono non poco a fornire quei corretti filtri di lettura del mondo antico che contraddistinsero e, devo ammettere, influenzarono la mia scelta professionale.
A quei personaggi se ne aggiungevano altri che, seppur non direttamente legati alla cultura speculativa inerente l’esegesi del mondo antico, contribuivano non poco, da autorevoli protagonisti delle arti visive, a darne una chiave di lettura interessante e utile. Ma furono personaggi che, oltre a dare, presero da Selinunte elementi di umana classicità che costituirono stagioni fondamentali della loro produzione artistica. Tra gli altri ricordo, soprattutto, Guttuso e Zancanaro. Due personaggi diversi anche se animati da simili ispirazioni ideali. L’uno più attento alla drammaticità dei personaggi, l’altro più rivolto alla personalizzazione dei drammi dell’antichità. Ricordo di Zancanaro la pervicace ricerca di luoghi d’ispirazione negli angoli reconditi di Selinunte dove “vedere” quella Sua “Ma Selinuntea” da lui efficacemente indicata come il principio animatore delle grandi realizzazioni dell’antica città. Rivedo il Maestro già in età avanzata arrancare tra i “sassi”, come Lui li chiamava, sotto l’implacabile sole estivo alla ricerca dei Suoi luoghi. Ricordo le Sue incitazioni ed imprecazioni verso chi gli stava intorno mirate a trovargli altri “sassi” (più piccoli!) necessari per supportare le Sue rappresentazioni.
Ricordare, ricordare ….. ma anche vivere utilizzando il ricordo per riviverlo e riproporlo. Riproporre Selinunte quale fonte diretta o indiretta di ispirazione ed approfondimento culturale è la scommessa dei prossimi anni. Questi luoghi devono essere occasione di visita, ma anche preziosi archivi funzionali alla cultura nelle sue più varie specializzazioni.
Scegliere Selinunte come laboratorio di progettazione di qualità nell’ottica del raggiungimento dell’equilibrio tra percezione e funzione non scaturisce soltanto da considerazioni di opportunità logistica, ma soprattutto da quello che questo sito possiede e trasmette. Così come allora Selinunte fu occasione di incontro tra culture e fucina di cultura, oggi può ridiventarle come laboratorio per la formulazione di idee progettuali avanzate non funzionali soltanto al sito, ma anche alla creazione di un “nomos” non coercitivo, ma di riferimento per chi tratti delicatamente e coscientemente i siti archeologici.
Il percorso che abbiamo iniziato con Pino Guerrera avanza con entusiasmo, ma anche con gravosa e responsabile coscienza della delicatezza dell’argomento, nel tentativo di trovare un equilibrio possibile tra atmosfere antiche e percezioni attuali. È forse un’utopia? Chissà. Ancora è presto per poterlo affermare. È certo che ci stiamo provando partendo da quel momento fondamentale che è la didattica. Didattica che in questi luoghi significa conoscere – analizzare - progettare – provare – riprogettare – riprovare – confrontarsi – riprogettare ed alfine realizzare. Un percorso simile a quello dell’archeologo che nella recente riproposizione metodologica è bene che intraprenda. Percorso basato sul rapporto processuale tra ipotesi – deduzione – ipotesi che, ormai, diffuso in tutto il mondo delle avanguardie archeologiche ha fatto perdere, come diceva il grande G. Clarke, “l’ingenuità” all’archeologia ponendola di fronte ad interrogativi ben più complessi di quelli che una semplice descrizione tipologica del rudere può ingenerare.
È anche in virtù di questo comune sentire ed agire che perseveriamo in questa caparbia volontà di avvicinare le due discipline coscienti che quell’agognato equilibrio potrà essere raggiunto soltanto camminando insieme archeologi ed architetti.
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II progetto Minissi
Modificazioni
di Giuseppe Guerrera
Progetti di valorizzazione del sito
Prima ipotesi di trasformazione
di Valentina Giacalone, Ilenia Grassedonio,
Gianluca Giaccone
Seconda ipotesi di trasformazione
di Fabrizio Ingarsia, Rosanna Oddo, Gaetano Palazzolo, Giuseppina Pizzo, Cosimo Ronzi, Maria Elena Sammartano
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