La morfologia dell’area archeologica di Monte Giulfo richiama quella di tanti altri centri sorti sulle sommità dei rilievi dell’interno dell’isola: controllo dall’alto di vaste porzioni di territorio, possibilità di sfruttare vie di comunicazioni naturali, fertilità dei terreni circostanti, sufficienti risorse idriche. La sua collocazione geografica, inoltre, la pone a crocevia di direttrici fondamentali nell’ambito dello sviluppo organico dei sistemi sociali ed economici della Sicilia antica.
Da meridione la piattaforma di forma troncopiramidale, dall’alto dei suoi 764 m s.l.m., controlla il corso del fiume Morello, che scorre ai piedi del suo versante orientale, ed a sud–ovest il passaggio verso nord del Salso meridionale, fra la gola formata dalle alture di M. Capodarso e M. Sabucina; ad ovest confina con le città antiche presenti nel territorio dell’odierna Santa Caterina Villermosa; a nord si trovano i valichi, che fungono da porta di accesso per il litorale tirrenico, di C.da Menta e di Gangi; ad oriente le consistenti necropoli del periodo arcaico a Calascibetta indicano la presenza di un antica città che con la vicina Henna e l’insediamento di Monte Altesina chiudeva il versante orientale.
L’altura di Giulfo verso nord-est degrada fino a toccare i 450 m s.l.m. del fiume Morello, l’ampia area presenta tracce di frequentazione umana che iniziano nell’ Età del Bronzo e sembrano finire con l’ultimo periodo dell’Impero Romano.
Il sito archeologico era conosciuto fin dalla metà dell’800, quando una descrizione dettagliata di ciò che si trovava sulla montagna venne pubblicata da un medico locale appassionato di “Antichità”. Oltre alle spoliazioni descritte, dovute agli inizi dell’ agricoltura intensiva, il sito subisce dagli anni 70’ agli inizi del 2000 l’aggressione degli scavatori clandestini che hanno continuato a depredare le necropoli della città antica.
Nel 1998, un intervento congiunto Comune di Villarosa – Servizio Beni Archeologici della Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Enna, consentì la pulizia di una tomba a Camera della necropoli est, devastata dai tombaroli. Dai materiali frammentari rinvenuti all’interno si riuscì a datare l’utilizzo della tomba dalla metà del VI – agli inizi del V sec. a.C..
A seguito di questo rinnovato interesse e grazie al finanziamento erogato dalla comunità Europea nell’ambito del P.I.T. 11 è stato possibile, nel mese di maggio dell’anno 2007, dare inizio alla prima campagna di scavi sistematici sulla montagna di Giulfo. I lavori si sono avvalsi della Direzione Scientifica del Servizio per i Beni Archeologici della Soprintendenza di Enna, mentre la Direzione Tecnica è stata affidata ai responsabili del progetto: arch. M. Vona e ing. M. Persico.
I lavori di scavo si prefiggevano come obiettivo iniziale il recupero della necropoli est scavata nella roccia, compromessa da anni di sfruttamento (cave di pietra, magazzini agricoli, ricovero per animali ed infine scavi clandestini), e soprattutto la comprensione della natura dell’abitato presente sulla sommità.

Lo scavo dell’abitato
L’apertura di un saggio sulla estremità orientale della sommità del pianoro, dalle dimensioni di circa 20 m per lato, ha permesso l’indagine su un settore ridotto dell’impianto urbano con la messa in luce di un edificio ad ambienti plurimi, disposti intorno ad un cortile interno. Si tratta di cinque vani delimitati da muri, costruiti con blocchetti di pietra irregolari, disposti sopra una base di argilla. L’elevato era quasi sicuramente realizzato con mattoni crudi e la mancanza di tegole in tutta l’area oggetto dello scavo, induce ad ipotizzare la presenza di coperture con fango e paglia.
All’interno degli ambienti, lo scavo ha messo in evidenza, grandi contenitori in terracotta (pithoi) che sono stati trovati schiacciati sui piani di calpestio. Questi rinvenimenti indicano, per questo settore dell’abitato, una funzione di magazzini per le derrate alimentari. L’organizzazione dell’impianto urbano è perfettamente ortogonale con orientamento nord-sud; i materiali ceramici rinvenuti nell’area e dentro gli ambienti datano le strutture alla fine del VI sec. a. C.

La necropoli est
La necropoli est di Monte Giulfo è sorta sul fianco roccioso che degrada in direzione del fiume Morello e si dispone su due livelli a quote separate.
Le diverse tipologie tombali, che caratterizzano il settore inferiore, testimoniano l’evoluzione architettonica prodotta dall’incontro fra la cultura indigena con quella greca.
Fra le undici tombe recuperate, databili dal VII sec. a.C. agli inizi del V sec. a.C., il modello predominante è rappresentato dalle tombe a camera con pianta rettangolare munite di banchine laterali per la deposizione dei defunti. Sono anche presenti una tomba a forno della fine dell’età del ferro, tombe ipogeiche e due tombe a grotticella, di cui una con fossa rettangolare e una con pozzetto, ricavati sul piano. Particolare menzione merita la tomba n. 11, utilizzata quasi sicuramente da una famiglia dell’aristocrazia indigena, che sfrutta due camere rettangolari comunicanti attraverso un breve corridoio con soffitto a doppio spiovente e banchine ai lati delle pareti che imitano le klinai.
Il secondo settore della necropoli interessato dai lavori è quello della zona superiore, dove è ubicata la tomba a camera studiata nel 1998, e tre buche situate sul lato nord del banco roccioso, tutte scavate dai tombaroli. Malgrado ciò lo scavo sistematico ha reso possibile la scoperta di due tombe di notevole importanza. La prima (t. 12) presentava ancora il tumulo di chiusura dell’accesso al vano sepolcrale e i vasi che erano stati utilizzati per il banchetto funerario posti davanti l’ingresso, sopra uno strato di bruciato. L’area della tomba era delimitata da un muretto esterno di cui si è conservato il paramento inferiore.
Sul lato sinistro di questa sepoltura si è scoperta un’altra tomba (t. 13) che aveva caratteristiche monumentali. Infatti l’ingresso alla camera sepolcrale era caratterizzato da una grande stele, costruita con i blocchi isodomi provenienti dallo smantellamento di un edificio sacro. Dinanzi al monumento, un muretto di pietrame a secco delimitava lo spazio dove si era svolto il rito funerario.


Il tesmophorion di monte giulfo
Sul fianco meridionale delle due tombe uno scavo clandestino aveva portato alla luce un’ampia chiazza di bruciato situata sul piano. L’indagine su questa area si è dimostrata di notevole interesse per l’importanza dei rinvenimenti. Si tratta di un luogo sacro che ha subito un evento distruttivo, avvenuto in antico, che ne ha compromesso in parte la struttura. Tutto il settore dell’ingresso recava segni di devastazione e incendio, mentre il vano principale, addossato alla parete rocciosa, presentava una situazione completamente diversa. Qui lo scavo ha evidenziato una fase di riutilizzo successivo al momento della distruzione esterna. Nel vano interno sono stati indagati diversi livelli di frequentazione costituiti da strati di argilla azzurra sopra i quali si svolgevano rituali caratterizzati dalla presenza di macine, dai resti di pasti rituali (ossa di animali fra i quali è stato possibile riconoscere maiali, pecore, volatili), frammenti di pentole e piani di cottura. Questi strati di argilla erano distinti da strati di tamponatura con sabbia e pietrame. Sul piano originario dell’ambiente sacro, un’ampia area di bruciato era relativa ai riti che si erano svolti nella prima fase di vita del santuario. Sotto questo strato sono venuti alla luce alcuni reperti significativi: si tratta di una grande coppa skyphoide di produzione ateniese a figure nere, di una coppa a vernice nera decorata con motivo a palmetta, databili alla fine del VI – inizi del V sec. a.C., un paio di orecchini e una fibula ad arco semplice con catenella, entrambi in bronzo, resti di pentole e macine. Questi materiali non presentavano tracce di bruciature, mentre all’esterno del sacello sono stati rinvenuti alcuni frammenti, appartenenti agli stessi vasi ritrovati all’interno, che avevano subito un consistente processo di combustione.
Il santuario si data alla fine del VI - inizi del V sec. a.C., ed è relativo al culto di Demetra e Persefone. Per analogia con altri santuari simili si può pensare ad un Tesmophorion, tipico santuario extraurbano frequentato dall’aristocrazia locale di origine greca, dove si svolgevano le feste autunnali delle Tesmoforie, cui partecipavano le sole donne che rievocavano, con riti che duravano tre giorni, il rapimento della figlia di Demetra da parte di Hades.
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